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Sito dell'Anfim, Associazione nazionale famiglie italiane martiri caduti per la libertà della patria

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Leonessa, Strage di

Comune di quattromilacinquecento abitanti (millecinquecento nel capoluogo) in provincia di Rieti, durante la Guerra di liberazione Leonessa fu funestata da una efferata strage compiuta dai nazifascisti (7/7/1944).
Nella località operavano alcuni distaccamenti della Brigata "Gramsci", al comando di Guglielmo Vannozzi e particolarmente attivi nell'attaccare presidi fascisti e compiere azioni di sabotaggio contro vie di comunicazione. Il 26/2/1944 il commissario prefettizio di Leonessa Francesco Pietramico, dopo aver chiesto telefonicamente al prefetto di Rieti di inviare rinforzi per compiere una "buona rappresaglia", partì con l'autocorriera, scortato da due militi e diretto al capoluogo provinciale. Il mezzo venne fermato da un distaccamento partigiano al comando del capitano Costa: il Pietramico fu fatto scendere, interrogato e fucilato sul posto. Dopo quella esecuzione piombarono a Leonessa, preceduti da due autoblindo tedesche, alcuni autocarri con circa duecento tra nazisti e repubblichini: i militari si trattennero nel centro abitato per cinque giorni, ma non compirono alcuna rappresaglia. Quando se ne andarono, lasciarono sul posto un presidio di ventitre uomini al comando di tale Giovanni Battistini. Costui fece bandire l'ordine che tutti i giovani di Leonessa delle classi dal 1922 al 1925 si trovassero pronti e a sua disposizione l'8 marzo per essere arruolati nell'esercito repubblichino.
Nella notte tra il 6 e il 7 marzo i giovani più animosi formarono invece due gruppi (l'uno comandato da Vailante Pitti e l'altro da Concetto Antonelli) che raggiunsero i monti circostanti per aggregarsi alla Brigata "Gramsci".

L'ingresso dei partigiani
Il presidio fascista di Leonessa non sentendosi più sicuro il 15 marzo decise di abbandonare il paese e di tornare a Rieti. All'indomani, due distaccamenti della "Gramsci" disarmarono i presidi di Posta, Borbona, Antrodoco, Vallemare e Sigillo: quindi, al mattino del 16 l'intero Comando di brigata, seguito dai distaccamenti, entrò a Leonessa accolto dall'entusiasmo della popolazione. Un esponente del Comando parlò alla folla e infine partigiani e civili si portarono negli uffici del Comune per distruggere le liste di leva.
Avendo deciso di non compiere nessuna rappresaglia, il Comando partigiano si limitò ad ammonire alcuni dei più noti fascisti collaborazionisti. Senonché una squadra del Battaglione "Tito", individuata tale Assunta Vannozzi, una prostituta che era stata vista più volte far da guida ai tedeschi nelle loro imprese a Leonessa e nella zona, la fucilarono. Costei era in stretti rapporti con la ventiquattrenne Rosina Cesaretti, a sua volta spia del tedeschi e confidente del capo della provincia.
Due giorni dopo, il 18 marzo, venne costituito a Leonessa un C.L.N. locale, nel quale entrarono a far parte l'avvocato Giuseppe Chimenti (come presidente), il sacerdote don Concezio Chiaretti, Angelo Pitti, Michele Pulcini e Giuseppe Zelli. Il 26 marzo, muovendo da Leonessa, una squadra partigiana in collaborazione con altri volontari della vicina Terni, investì il presidio tedesco di Collatea, a quattordici chilometri da Rieti, ne catturò i militari e si impadronì delle armi ivi trovate. La reazione nemica non si fece attendere a lungo.

Le rappresaglie
Il 30 marzo il C.L.N. di Leonessa venne informato che ingenti forze nazifasciste (a quanto si disse, più di diecimila uomini) si erano messe in movimento per rastrellare l'intera zona. I rastrellatori tedeschi appartenevano alle Divisioni "Sardinia" e "Goering" e a reparti di S.S.: erano dotati di cannoni, mortai, mitragliatrici pesanti e puntarono a raggiera su Leonessa, investendo tutto l'altipiano circostante. Nella zona interessata dal rastrellamento si trovavano distaccamenti della Brigata "Gramsci", della Banda "Melis" e della V° Divisione "Garibaldi", gruppi numerosi ma male armati e impossibilitati a far fronte alle soverchianti forze nazifaste. Nel giro di pochi giorni, centinaia di persone furono fermate e arrestate; numerosi furono i fucilati sul posto, ma la maggior parte dei prigionieri venne deportata nei campi di concentramento. L'intera zona fu messa a ferro e a fuoco e setacciata, Innumerevoli, gli episodi di barbarie cui si abbandonò la soldataglia nazista.
Il 1° aprile al muro del cimitero di Moro Reatino, venne fucilato il partigiano Francesco Pedrera, mentre il suo giovane compagno Enzo Cicioni riuscì fortunosamente a fuggire. Roberto Antonucci, un partigiano romano, venne trucidato mentre tentava di fuggire da una casa di Villa Pulcini.
lI 2 aprile, a Villa Carmine, i sei partigiani Giuseppe Aquilini, Orietto Ronanni, Marcello Favola, Settimio Giambotti, Domenico Micozzi e Vailante Pitti vennero ferocemente torturati (furono loro estirpati gli occhi), quindi fucilati e sepolti in una fossa comune.
Nella notte del 5 aprile una trentina di tedeschi, guidati dalla Rosina Cesaretti, giunsero a Cumulata, presso Leonessa. La donna, dando ordini come fosse un ufficiale, fece invadere le case e fece arrestare tutti gli uomini del luogo, salvo qualcuno che riuscì a fuggire (tra questi ultimi Marco Renzi). La Cesaretti fece arrestare e uccidere perfino suo fratello, mutilato a una gamba, e avrebbe voluto far uccidere anche la cognata incinta se un ufficiale tedesco non fosse intervenuto, disgustato da tanta ferocia. Caddero in quella strage Angelo Angelucci, Lucantonio Angelucci, Giovanbattista Angelucci, Carlo Calandrino insieme ai suoi figli Sandro e Remo, Attilio Cesarotti, Luigi Ferretti, Giuseppe Ferretti, Vincenzo Ferretti, Cecilia Pasquali, Gregorio Serafini.
Il 7 aprile gli ultimi reparti tedeschi stavano per abbandonare Leonessa, tra il comprensibile sollievo della popolazione terrorizzata, allorché alle ore 10,30 arrivò sulla piazza un autocarro tedesco con a bordo una quindicina di S.S. capeggiate dalla Cesaretti, anch'essa in divisa. Dopo aver issato sul Palazzo comunale il gagliardetto nero col teschio, guidati dalla donna i nazisti iniziarono un rastrellamento casa per casa: tra i primi catturati vi furono don Concezio Chiaretti e il dottor Ugo Tavani. Riuniti dapprima nel Palazzo comunale, verso le 13 gli arrestati, a gruppi di cinque, furono condotti su un terrapieno a circa cinquecento metri fuori dal paese, accanto a una cabina elettrica della Società Terni, e ivi furono uccisi con raffiche di mitraglia.
Le vittime di questa strage furono ventitre. Oltre al sacerdote e a Ugo Tavani, animatore della Resistenza del Leonessano, caddero: Luigi Boccanera, staffetta delle formazioni partigiane; Dante Coderoni, ventenne, del servizio informazioni partigiano; Pietro Favola, ventenne, attivo membro della Resistenza; Duilio Favola, partigiano; Domenico Pennacci, partigiano; Ernesto Antonelli, comunista; Augusto Laureti, del servizio informazioni partigiano; Italo Rauco, comunista.
Gli altri caduti erano per lo più familiari di partigiani, catturati su delazione della Cesaretti mentre stavano per strada o alla finestra: Angelo Antonelli, Luigi Carocci, Silvestro De Crescenzi, Anselmo De Santis, Gustavo Di Paoli, Mario Nicoli, Felice Rauco con i figli Alfonso e Antonio, i fratelli Giovanni e Renato Rauco, Ivano Palla, Silvio Pascolini.
Nello stesso giorno vennero fucilati a Vallelunga Domenico Carretta, Antonio Vannozzi e suo fratello Egidio. Il 10 aprile, nei pressi dell'aeroporto di Rieti, furono infine fucilati altri quindici partigiani, tra cui tre di Leonessa (l'avvocato Roberto Pietrostefani, Giansante Felici e Giuseppe Senzameno).
Dopo la Liberazione è stato eretto a Leonessa un cippo in memoria dei martiri. Lo sovrasta, scolpito sul marmo, un agnello con il motto evangelico Ecce Agnus Dei. Seguono i cinquantauno nomi di caduti. Oltre a quelli sopracitati, vi sono i nomi di Domenico Faccetti, Francesco Gizzi e Benito Tatarella.

Bibliografia: Rapporto del Battaglione "Leonessa" della Brigata "A. Gramsci" che operò sui monti reatini dall'ottobre 1943 alla Liberazione: Archivio Resistenza, Istituto Gramsci, Roma.