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IL PROCESSO KAPPLER

 

L'imputato  torna all'indice

Inquadrata la fucilazione delle Cave Ardeatine nella figura del reato previsto dall'articolo n°185 codice penale militare di guerra, rimane da esaminare quale sia stata soggettivamente la posizione degli attuali imputati in quella esecuzione.
La difesa del Kappler ha sostenuto che, quand'anche si ritenesse l'illegittimità della rappresaglia o della repressione collettiva, dovrebbe assolversi quell'imputato per avere egli agito in adempimento di un dovere imposto da una norma giurìdica o, quanto meno da un ordine non sindacabile del superiore. In sostanza, l'assunto difensivo è il seguente: posto che l'ordine della fucilazione è stato emanato dal Fuehrer, quest'ordine, per la competenza legislativa, oltre che esecutiva, di cui quell'organo era investito nell'ordinamento costituzionale tedesco e per la preminenza, di esso sugli altri organi costituzionali, costituiva una vera e propria norma giuridica o, comunque, un ordine insindacabile.
In merito va precisato che il Kappler non fu chiamato ad eseguire un ordine di Hitler, ma un ordine di Maeltzer, che aveva a sua base un ordine di quel Capo di Stato e di cui egli era a conoscenza. In sostanza, come si è osservato, dal momento che il generale Maeltzer ordinò al Kappler di fucilare le trecentoventi persone delle quali si era discusso e ciò sulla base di un ordine di Hitler che disponeva una rappresaglia effettuata nei confronti di dieci cittadini dei territori occupati, a fronte di ogni soldato tedesco ucciso o comunque colpito, non può affermarsi che l'ordine di quel generale relativo alla fucilazione di un determinato numero di persone avesse lo stesso contenuto dell'ordine del Fuehrer.
Tuttavia, stante che l'ordine del Maeltzer prendeva le mosse da un ordine di Hitler e di ciò era a conoscenza l'imputato, la tesi difensiva merita di essere esaminata.
Per le considerazioni già svolte, il Collegio ritiene che il problema prospettato dalla difesa vada posto relativamente alla fucilazone di trecentoventi persone, non alla fucilazone delle altre persone, la cui causale è scissa dall'ordine in esame.
In merito alla tesi difensiva, il Collegio osserva come non sia esatto qualificare come norma giuridica un ordine proveniente da un determinato organo solo perché questo abbia anche competenza legislativa. Non è la competenza di un organo difatti, che determina la natura di un imperativo, ma il contenuto di questo. Pertanto quando l'imperativo si rivolge ad un caso particolare, come nel fatto in esame, qualunque sia la competenza dell'organo che l'ha posto, va escluso possa trattarsi di precetto legislativo, la cui caratteristica principale è l'astrattezza.

 

La tesi sull'ordine del Fuehrer  torna all'indice

Infondata è pure l'altra tesi relativa alla insindacabilità dell'ordine del Fuehrer. Invero, pur non potendosi disconoscere la grande forza morale che l'ordine del Fuehrer aveva nell'organizzazione militare ed in modo speciale in quelle organizzazioni, come per esempio quella delle S.S., che erano maggiormente legate a quell'organo, va esclusa sotto il profilo una insindacabilità di quell'ordine. Anche la legislazione penale militare tedesca, difatti, alla stessa stregua dei moderni ordinamenti giurìdici, pone il principio per il quale l'inferiore che abbia commesso un fatto delittuoso per ordine del superiore risponde di quel fatto, tranne che abbia ritenuto di obbedire ad un ordine legittimo. Principio questo sostanzialmente uguale a quello dell'articolo n°40 del codice penale militare di pace, in base al quale va esaminato l'aspetto della colpevolezza.
Quest'esame va fatto riportandosi ai princìpi che disciplinavano l'organizzazione delle S.S., della quale il Kappler faceva parte. A quest'uopo bisogna tenere presente che in quell'organizzazione vigeva una disciplina rigidissima e veniva osservata una prassi che aggravava maggiormente i princìpi di quella disciplina. Dal dibattimento è risultato che le denunzie ai Tribunali Militari delle S.S., per reati commessi dagli appartenenti a quest'organizzazione, non venivano trasmesse direttamente, ma tramite il capo di quell'organizzazione, Heinrich Himmler, il quale spesso in calce alle denunzie, spesso in quelle più gravi, esprimeva delle direttive, cui i giudici rigorosamente si attenevano.
Questi elementi, i quali dimostrano il livello di degradazione cui avesse portato un sistema politico di accentuato statalismo, devono essere tenuti presenti in un'indagine sul dolo, qualunque sia stata l'attività delle S.S. in tempo di pace ed in tempo di guerra, dato che la relativa organizzazione faceva parte dell'ordinamento amministrativo tedesco.
Ciò premesso, il Collegio ritiene che l'ordine di uccidere dieci italiani per ogni tedesco morto nell'attentato di Via Rasella, concretatesi, attraverso il generale Maeltzer, nell'ordine di uccidere trecentoventi persone in relazione a trentadue morti, pur essendo illegittimo in quanto quelle fucilazioni costituivano per le considerazioni esposte, degli omicidi, non può affermarsi con sicura coscienza che tale sia apparso al Kappler.
Il modo dell'esecuzione, crudele verso le vittime, se queste stando ad attendere sul piazzale all'imboccatura della cava sentivano, frammiste con le detonazioni, le angosciose grida delle vittime che le avevano precedute e di esse quindi, nell'interno della cava, scorgevano al chiarore delle fiaccole i cadaveri sparsi o ammucchiati, costituisce un elemento obiettivo di prova circa la coscienza dell'illegittimità dell'ordine. Ma non è da escludere che queste modalità siano collegate, più che ad una volontà cosciente circa l'illegittimità dell'ordine, ad uno stato d'animo di solidarietà verso i tedeschi morti anch'essi a causa della polizia, sfociato, per odio contro gli italiani concittadini degli attentatori, in una crudeltà nell'esecuzione.
Questa deduzione, l'abito mentale portato all'obbedienza pronta che l'imputato si era formato prestando servizio in un'organizzazione dalla disciplina rigidissima, il fatto che ordini aventi lo stesso contenuto in precedenza erano stati eseguiti nelle varie zone d'operazioni, la circostanza che un ordine del Capo dello Stato e Comandante Supremo delle forze armate, per la grande forza morale ad esso attinente, non può non diminuire, specie in un militare, quella libertà di giudizio necessaria per un esatto sindacato, sono elementi i quali fanno ritenere al Collegio non possa affermarsi con sicurezza che il Kappler abbia avuto coscienza e volontà di obbedire ad un ordine illegittimo.

 

La fucilazione dei dieci ebrei  torna all'indice

Diversa, invece, è la posizione dell'imputato per la fucilazione di dieci ebrei da lui disposta, come si è visto, per avere appreso che era morto un altro soldato tedesco e senza che in merito avesse avuto alcun ordine. Per questa azione la sua responsabilità è piena sia dal lato oggettivo sia da quello soggettivo.
Sotto il profilo oggettivo va escluso che si tratti di rappresaglia, in quanto, a prescindere da altre considerazioni, il soggetto che dispose la fucilazione delle dieci persone non aveva competenza ad ordinare rappresaglie. Queste, difatti, secondo l'ordinamento tedesco, alla stessa stregua di altri ordinamenti, possono essere disposte da comandanti di grande unità.
In tanto si può parlare se per un'azione sussista o meno una causa giustificatrice dell'antigiuridicità in quanto il soggetto che commise tale azione sia lo stesso facultato dalla legge a comportarsi, in particolari situazioni ed entro determinati limiti, nella maniera attinente a tale causa.
Per la stessa ragione va negato che la fucilazione delle dieci persone costituisca una rappresaglia fuori dei casi consentiti, punita a norma dell'articolo n°176 codice penale militare di guerra. Perché questa norma entri in funzione, difatti, fra l'altro, è necessario che il comandante, il quale abbia ordinato la rappresaglia fuori dei casi consentiti, sia competente a disporre un atto del genere.
Va pure escluso che l'esecuzione in questione rientri nella repressione collettiva, in quanto, come si è detto parlando dell'esecuzione in generale a proposito di questo istituto, non si è verificata alcuna delle condizioni del procedimento della repressione collettiva.
Come si è detto nell'inquadrare giuridicamente la fucilazione in genere delle Cave Ardeatine, questa esecuzione rientra nell'ipotesi delittuosa prevista dall'articolo 185 codice penale militare di guerra la cui concreta applicazione è stata oggetto di esame da parte del Collegio.
Trattasi, difatti, anche in questa ipotesi di omicidi commessi in relazione all'attentato di Via Rasella, cioè per una causa non estranea alla guerra, senza necessità, come si è dimostrato nel discutere della fucilazione in genere, e senza giustificato motivo dal momento che va negata, come si è detto, la sussistenza delle cause giustificatrici inerenti alla rappresaglia ed alla repressione collettiva.
L'imputato ordinò la fucilazione dei dieci ebrei in questione, come si è detto nella esposizione del fatto, sapendo di fare cosa che non rientrava nell'ordine ricevuto. Egli agì in maniera arbitraria sperando che le più alte gerarchle, attraverso quest'azione, avrebbero visto in lui l'uomo di pronta iniziativa, capace di colpire e di reprimere col massimo rigore. Non era questa la prima volta che Kappler agiva arbitrariamente ed illegalmente nell'intento di porre in rilievo la sua personalità come quella di chi, superiore ad ogni pregiudizio di carattere giuridico o morale, adotta pronte, energiche e spregiudicate misure. Anche per l'oro degli ebrei, come si è visto, egli agì con la stessa spregiudicatezza ed illegalità.

 

Una questione di ambizione umana  torna all'indice

La causale dell'uno e dell'altro delitto è nella sfrenata ed aberrante ambizione dell'uomo. Egli è nazista tipico: il suo interrogatorio ed il suo comportamento mettono in rilievo un uomo permeato di quei princìpi nazisti, che nella guerra, dovevano necessariamente sfociare nella non considerazione della personalità dei nemici e nella spietata subordinazione di tutti gli interessi a quelli della Germania e delle forze armate tedesche. Su questo piano non c'è norma giuridica che possa frenare: il diritto esiste nei rapporti interni tedeschi; per le popolazioni nemiche c'è la legge della forza. È questo piano sul quale si muovono i nazisti in guerra. Il Kappler poi, che è intransigente, ambizioso e permeato fino all'esasperazione di nazismo, opera con grande libertà d'azione perché vuole essere un operatore di primo piano, non un semplice esecutore di ordini, e rompe gli inciampi che vecchi uomini della Wermacht, educati in base a princìpi meno spregiudicati, potrebbero eventualmente frapporre.
Nella ricostruzione di un fatto delittuoso la personalità dell'imputato quale scaturisce dalle risultanze processuali costituisce l'elemento propulsore nella ricerca della verità. Ed è sulla base di questa personalità e di tutti quegli altri elementi obiettivi, scaturiti dal giudizio e messi in rilievo, che il Collegio trae la sicura convinzione che il prevenuto nella fucilazione delle dieci persone in questione agì avendo la coscienza e volontà di operare in maniera arbitraria, non in base ad un ordine ricevuto. Le dieci fucilazioni, pertanto, concretano dieci omicidi volontari i quali, essendo stati commessi in conseguenza di uno stesso disegno criminoso, devono farsi rientrare nella figura giuridica dell'omicidio continuato.

 

Gli errori di Kappler  torna all'indice

La fucilazione delle altre cinque persone fu dovuta come si è detto nella esposizione dei fatti, ad un errore che, per l'occasione in cui si manifestò, dimostra come in Kappler e nei suoi collaboratori più vicini sia mancato il più elementare senso di umanità. Queste cinque persone, prelevate in più del numero stabilito fra i detenuti a disposizione dei tedeschi e portate alle Cave Ardeatine, furono fucilate perché il capitano Schutz ed il capitano Priebke, preposti alla direzione dell'esecuzione ed al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l'esecuzione con la massima rapidità, non s'accorsero che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza.
Chiunque sia stato l'ufficiale od il sottufficiale che effettuò erroneamente il prelevamento delle persone in questione, è certo che la loro uccisione si riporta alle insufficienti ed inopportune direttive date dal Kappler per l'esecuzione ed alla straordinaria negligenza di quei due capitani, contro i quali in questa sede non si procede per essere stato il relativo procedimento stralciato in istruttoria. Il Kappler si preoccupò di raccomandare ai suoi inferiori di agire con la massima celerità nell'esecuzione, ma non si curò di controllare l'operato di quelli e di accertarsi che non si verificassero delle omissioni fatali, la cui possibilità non era difficile stante il ritmo acceleratissimo con cui i detenuti erano prelevati e fucilati.
Vi è stata da parte di questo imputato un'omissione relativamente alle opportune misure per un'esecuzione in grande massa da eseguirsi in poche ore ed è a tale omissione che si riporta l'errore che condusse alla morte queste cinque persone.
Essendo avvenuto che oltre le persone contro le quali era diretta l'offesa, siano state fucilate cinque persone per un errore nel controllo delle vittime, il Collegio ritiene che il fatto rientri nell'ipotesi delittuosa dell'articolo n°82, II° comma del codice penale. Invero, l'errore del controllo delle vittime può ben farsi rientrare in quella "causa" generica, che costituisce una delle condizioni di applicabilità della norma in esame quando siasi cagionata offesa, oltre che alla persona alla quale essa era diretta, anche a persona diversa.
Oltre che ai dieci omicidi dei quali si è ampiamente discusso, il Kappler risponde, stante l'accennato rapporto di causalità, anche di questi cinque omicidi a norma dell'articolo n°82, II° comma del codice penale.

Gli altri imputati  torna all'indice

Stabilito che dagli elementi emersi è dubbio se il Kappler abbia avute coscienza e volontà di ubbidire ad un ordine illegittimo, quale era quello datogli per la fucilazione di trecentoventi persone, ed accertata la responsabilità di queste imputato relativamente ai quindici omicidi, occorre esaminare la posizione degli altri imputati.
Costoro ricevettero ordine dal Kappler di partecipare alla fucilazione di trecentoventi italiani (dichiarazioni del Kappler, volume VII foglio 28) in conseguenza dell'attentato di Via Rasella ed in relazione ad un ordine che a lui era stato dato da un'autorità superiore, che alcuni ritennero, in base alle parole non chiare di quello, fosse il Maresciallo Kesselring, altri capirono essere il Generale Maeltzer.
Alcuni di questi imputati, sebbene avessero presenziato alle prime indagini sul luogo dell'attentato, come il Domizlaff ed il Clemens, ovvero avessero collaborato con il Kappler nella compilazione delle liste, come il Quap, non erano a conoscenza di tutti gli elementi di fatto noti al loro superiore e tanto meno del contenuto dei colloqui che questi aveva avuto con le autorità superiori. Altri, come lo Schutz ed il Wiedner, non avevano svolta alcuna attività in merito all'attentato, ma erano stati riuniti qualche ora prima dell'esecuzione per ricevere l'ordine di partecipare a questa e quindi, assieme agli altri erano stati condotti alle Cave Ardeatine.
Questi imputati non sapevano che dieci persone venivano fatte fucilare dal Kappler al di fuori dell'ordine ricevuto né intervenivano in quella attività che doveva determinare per errore, come si è visto, la morte di cinque persone.
Sulla base di questi elementi, considerato che gli imputati appartenevano ad un'organizzazione dalla disciplina rigidissima, dove assai facilmente si acquistava un abito mentale portato alla obbedienza pronta, tenuto presente che il timore di una denunzia ai Tribunali Militari delle S.S. quanto mai rigidi ed ossequienti ai voleri di Himmler non poteva non diminuire la loro libertà di giudizio, valutata infine la circostanza che gli imputati erano ignari della esatta situazione che portava alla fucilazione delle Cave Ardeatine mentre erano a conoscenza che gli ordini aventi lo stesso contenuto di quello ad essi impartito dal Kappler spesso erano stati eseguiti in zone d'operazioni, il Collegio ritiene debba escludersi che essi avessero coscienza e volontà di eseguire un ordine illegittimo.
Il dubbio sulla colpevolezza, relativamente alla fucilazione di trecentoventi persone, sussiste nei confronti del Kappler che ha potuto avere una tenue libertà di giudizio stante la conoscenza dei fatti inerenti all'attentato, non sussiste per l'esecuzione in genere relativamente a questi imputati, che furono chiamati all'ultimo momento ad eseguire un ordine e non seppero che il numero delle vittime, dopo l'ordine ricevuto, era aumentato. Essi, pertanto, vanno assolti dal reato loro ascritto in rubrica per avere agito nell'esecuzione di un ordine.

 

Aggravanti e Attenuanti  torna all'indice

II reato di omicidio volontario continuato, di cui si è ritenuto responsabile il Kappler, è aggravato a norma dell'articolo numero 61, capo numero 4 del codice penale in quanto in ciascuno di quegli omicidi si è agito con crudeltà verso le vittime.
E' risultato, difatti, che le vittime in genere ed a maggior ragione quelle delle quali trattasi (giunte alle Cave Ardeatine dal carcere di Regina Coeli quando erano state fucilate oltre cento persone giunte dal carcere di Via Tasso) erano trattenute ad attendere, con le mani legate dietro la schiena, sul piazzale all'imboccatura della cava, da dove frammiste con le detonazioni, esse udivano le ultime angosciose grida delle vittime che le avevano precedute. Esse poi, entrate nella cava per essere fucilate, scorgevano, alla luce delle torce, i numerosi cadaveri ammucchiati delle vittime precedenti (dichirazioni Amon). Infine, esse venivano fatte salire sui cadaveri accatastati e qui erano costretti ad inginocchiarsi con la testa reclinata in avanti per essere colpite a morte, come si è accertato dalle dichiarazioni dei medici legali professor Ascarelli e dottor Carella, i quali basano le loro asserzioni su un ragionamento che al Collegio sembra pienamente convincente, e cioè se i cadaveri delle vittime furono trovati ammucchiati fino ad un'altezza di un metro circa, con le gambe genuflesse, così come esse erano nel momento della fucilazione, significa che caddero in quel posto poiché, se presi ed accostati subito dopo la fucilazione come affermano gli imputati, si sarebbero necessariamente stirati nelle gambe dal momento che non avevano potuto ancora acquistare la rigidità cadaverica.
Le accennate circostanze, conosciute dal Kappler per avere egli partecipato a due esecuzioni, delle quali una quando la maggior parte delle vittime era stata fucilata, dimostrano chiaramente che le vittime, prima di essere fucilate, furono sottoposte ad una grande, disumana e crudele sofferenza morale. Il Collegio ritiene poi che gli omicidi in esame siano stati commessi con premeditazione. Invero, il Kappler, saputo che era morto un altro soldato tedesco, s'informò se vi erano dei detenuti disponibili e, conosciuto l'arresto di altri dieci ebrei effettuato nella mattinata, diede ordine poiché dieci di questi fossero fucilati onde accrescere, come si è detto, il suo prestigio di fronte ai suoi capi nazisti con un'azione assai energica e spregiudicata ma conforme a quelli che egli riteneva gli interessi delle forze armate. E' stata in lui, quindi, riflessione circa l'esecuzione del delitto e macchinazione se dovette pensare al modo di procurarsi le vittime e queste trovò negli ebrei arrestati poche ore prima. Non vi è stato dolo d'impeto, ma un dolo riflessivo, sfociato, dopo che furono trovate le vittime, nella uccisione di dieci ebrei. Il fatto che egli abbia adottato la sua decisione in breve volgere di tempo non incide negativamente sulla premeditazione, la quale, com'è insegnamento dottrinale e giurisprudenziale, prescinde dal tempo, ma richiede riflessione e coordinamento di mezzi per la commissione del delitto.
Il reato, inoltre, è aggravato a norma dell'articolo numero 61, capo numero 5 del codice penale, in quanto, col fucilare persone detenute, si profittò di una circostanza di luogo che ostacolava la loro difesa. Invero, una persona detenuta si trova in uno stato di soggezione tale da non potere opporre alcuna difesa contro attentati alla sua vita, specie poi quando questi attentati provengono da coloro nel cui potere essa si trova.
Agli imputati è contestata l'aggravante prevista dall'articolo numero 1, lettera A) del R.D.L. 30-00.1942, numero 1365 secondo la quale, quando la circostanza aggravante preveduta dal citato articolo numero 61, capo numero 5, ricorre in dipendenza dello stato di guerra, per i delitti di omicidio, si applica la pena di morte.
Questa aggravante, il cui contenuto è dato da una stretta relazione della circostanza di fatto che la sostanza con lo stato di guerra, non può ricorrere relativamente all'articolo numero 185 del codice penale militare di guerra, in cui si è inquadrato il fatto incriminato, in quanto il movente di tale reato è "la causa non estranea alla guerra" ed il presupposto lo stato di guerra trovandosi il reato medesimo nel titolo dei reati contro le leggi e gli usi di guerra del codice penale militare di guerra. Se lo stato di guerra costituisce il presupposto di un reato non può assumersi a presupposto di una circostanza aggravante inerente a quel reato. Va esclusa, pertanto, la sussistenza dell'aggravante in questione.
Sussistono infine, le aggravanti previste dall'articolo numero 47, capo numero 2 e numero 58 del codice penale, per essere concorso nel reato assieme a suoi inferiori.
Come si è detto, la richiesta di cinquanta chilogrammi di oro agli ebrei romani, effettuata da Kappler nella sua qualità di organo dell'amministrazione militare tedesca e nell'interesse di questa, non per un fine personale, concreta gli estremi del reato di requisizione arbitraria, non già quello dell'estorsione per cui ha avuto luogo il rinvio a giudizio. Il motivo della richiesta, come si è visto, è dato dall'ambizione dell'imputato di attuare un proprio piano, che sperava fosse approvato dalle autorità di Berlino. Mentre queste, difatti, tendevano all'arresto immediato degli ebrei ed al loro invio in un campo di concentramento, il Kappler riteneva politicamente più opportuno giungere a questa misura gradualmente, pensava cioè di togliere in un primo momento l'oro, che per lui costituiva un'arma in mano di quelli, per attirare, quindi, con quest'atto di apparente clemenza, nell'orbita del servizio spionaggio tedesco quanti di quelli egli riteneva fossero collegati con circoli finanziari nemici e procurarsi in questa maniera informazioni, per abbandonarli infine alle estreme misure quando ormai nulla c'era da ricavare da essi.
Il Kappler agì senza autorizzazione dell'autorità competente come egli ammette nel suo interrogatorio e senza necessità. Difatti le requisizioni in zona di occupazione possono essere ordinate solo da comandanti di grande unità (articolo numero 51 della citata Convenzione del 1907).
D'altra parte la causale della imposizione del tributo è quella specifica, se nel settembre 1943 la Germania si trovava in piena efficienza bellica tanto da sostenere fortemente l'urto degli eserciti nemici sui vari fronti e teneva sotto dominio quasi tutta l'Europa, se alla fine della guerra i cinquanta chilogrammi di oro si trovavano nell'Ufficio del dottor Kaltenbrunner, cui erano stati inviati, va escluso che l'imputato abbia agito per ragioni di necessità.
L'imposizione del tributo dell'oro fu attuata, come si è detto, sotto la minaccia di deportazione di duecento ebrei in un campo di concentramento, qualora nel termine stabilito di trentasei ore non fosse effettuato il versamento dell'oro richiesto.
Sulla base di questi elementi va effettuata la responsabilità del Kappler per il reato di requisizione arbitraria previsto dall'articolo numero 224, primo e secondo comma del codice penale militare di guerra.
La gravità dei fatti, i moventi e le modalità di esecuzione di essi, come pure la personalità dell'imputato, portato per ambizione ad una spregiudicatezza di sentire e di agire e, pertanto, non meritevole di indulgenza inducono il Collegio a non concedere le attenuanti generiche.
Non si ritiene poi che, per l'uno e l'altro reato, ricorra l'attenuante prevista dall'articolo numero 48, capo numero 1 del coodice penale militare di pace in quanto come si evince da questo detto, va escluso che il prevenuto abbia agito per eccesso di zelo. Invero, non vi è eccesso di zelo là dove il movente dell'azione sia dato dall'ambizione personale, dal desiderio di porre in rilievo qualità di energia e di spregiudicatezza che possono piacere a superiori educati a princìpi di nazismo, non già intendimento di agire, sia pure nell'orbita dell'illegalità per difetto di controllo da parte del soggetto attivo, per una più efficace attuazione dei fini dell'amministrazione militare. Quando il fine personale di ambizione in genere o di carriera in ispecie agisce, come nel caso in esame, quale elemento propulsore sulla volontà di un soggetto per spingerlo al delitto non è più dato parlare di eccesso di zelo.

 

La pena  torna all'indice

Valutata la gravita dei reati di omicidio continuato pluriaggravato e di requisizione arbitraria e la personalità dell'imputato Kappler alla stregua delle condizioni oggettive e soggettive indicate nell'articolo numero 133 del codice penale viene irrogata la pena dell'ergastolo per il primo reato e la pena di anni quindici di reclusione per l'altro reato. Inoltre, viene disposto, a norma dell'articolo numero 7 del codice penale l'isolamento diurno del condannato per anni quattro.

 

P.Q.M.  torna all'indice

Visti gli articoli numero 364 codice penale militare di pace, numeri 477, 483 e 488 codice di procedura penale, e numero 72 del codice pebale

 

Dichiara  torna all'indice

Kappler Herbert, responsabile del reato di omicidio continuato previsto e punito dagli articoli numero 13, numero 185primo e secondo comma del codice penale militare di guerra, numero 575, numero 577, capo numero 3 e numero 4 in relazione all'articolo numero 61, capi numero 4, numero 5 e numero 8 del codice penale, articolo numero. 47, capo numero. 2 ed articolo numero 58 del codice penale militare di pace, ed altresì del reato di requisizione arbitraria previsto e punito all'articolo numero 224, primo e secondo comma del codice penale militare di guerra, in questo senso modificata la rubrica del secondo capo d'imputazione, e lo condanna alla pena dell'ergastolo per il primo reato e ad anni quindici di reclusione per il secondo reato, inoltre all'isolamento diurno per anni quattro ed a tutte le conseguenze di legge.
Visti gli articoli numero 479 del codice di procedura penale e numero 40 del codice penale militare di pace.

 

La fuga e la morte  torna all'indice

Ricordiamo "la fuga di Kappler dal Celio" e la sua morte nella Germania Federale.
II 15 Agosto 1977 Kappler fuggì dal Celio dove proveniente dal carcere militare di Gaeta. . Herbert Kappler, che inutilmente aveva chiesto il perdono ai familiari delle vittime della strage Ardeatine, da Gaeta, nel 1976, fu trasferito all'Ospedale militare Celio in che affetto da male incurabile.
Nonostante attenta vigilanza non si sa come, e con quali aiuti trovò la via della libertà la notte di Ferragosto 1977 e si rifugiò a Soltau al n. 6 della Wilhemstrasse, dove assistito i dalla moglie Annalise, a 70 anni chiuse i suoi giorni nella notte fra l'8 e il 9 febbraio 1978.

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